Gli investimenti italiani tra i più cari d’Europa

Bce

Nel suo rapporto sugli investimenti reatail del Vecchio Continente la European Securities and Markets Authority (Esma) ha analizzato lo “stato di salute” della finanza e del risparmio europei, producendo un’analisi di notevole portata.

Il primo “Annual Statistical Report – Performance and costs of retail investment products in the EU” è il primo rapporto di questo tipo riguardo ai costi e alla performance dei prodotti di investimento per la clientela individuale in ambito UE, in ottemperanza a un mandato apposito ricevuto da Esma dalla Commissione di Bruxelles.

In questo rapporto, il nostro Paese è pesantemente bocciato, nel campo della finanza tradizionale, rispetto agli altri Stati membri del Vecchio Continente. E il rapporto Esma, nei capitoli esplicitamente dedicati all’Italia, cita approfonditamente fonti autorevoli come Banca d’Italia e Consob, testimoniando il grado di consapevolezza degli attori nazionali. A pagina 18, ad esempio, si può leggere come entrambe le istituzioni siano in linea con Esma nell’attribuire circa il 70% dei costi sostenuti dai fondi di tipo Ucits (che in genere investono in asset quotati su borse pubbliche e regolati dai mercati) alla remunerazione dei dispendiosi canali distributivi.

Analizzando l’ultimo quinquennio e facendo riferimento ai dati Consob, l’Esma ha puntato l’attenzione sul progressivo declino della redditività dei fondo Ucits italiani, passati da una remunerazione media del 9,2% del 2012 al 2,9% riscontrato nel 2016, e sul contemporaneo impatto crescente, in misura relativa, dei costi di gestione.

“Il nodo delle commissioni è sotto gli occhi di tutti, per i fondi comuni in generale e nello specifico per i Pir che hanno vissuto una stagione di riflusso dopo il boom del 2017”, sottolinea Il Sole 24 Ore. “L’immagine dell’Italia non esce infatti particolarmente bene dal quadro dipinto dall’authority europea di sorveglianza dei mercati finanziari: il prezzo dei prodotti è superiore alla media continentale e soprattutto incide in maggior misura sulle performance finali”.

Esma sottolinea anche che l’Italia, assieme al Portogallo, è il Paese dell’Eurozona che presenta i più alti costi di gestione su base triennale. Questo punto è confermato anche da un recente report della Commissione, che ricorda come le commissioni più basse siano riscontrabili in Regno Unito, Lussemburgo, Olanda e Romania.

Nello svolgimento della ricerca, sottolinea Euclidea, “Esma ha dovuto affrontare diverse problematiche riguardo ai dati disponibili. Tra questi, la non reperibilità di importanti elementi quali: una parte dei costi di distribuzione, costi di transazione, una parte delle commissioni di performance. Altri problemi evidenziati sono: la mancanza di granularità per alcuni dati, la eterogeneità di dati tra i vari paesi della UE, la carenza di informazioni riguardo alle diverse rischiosità dei vari prodotti”. Esma ha valutato 6,6 trilioni di euro di risparmio gestito da fondi Ucits su un totali complessivo che sfiora i 10 miliardi nel Vecchio Continente. E in questa partita l’Italia appare costretta a giocare in retroguardia.

Le prospettive di ripresa, per il Paese, passano tra le altre cose anche dalla valorizzazione delle funzioni più moderne e d’avanguardia della finanza. L’onerosità e la rigidità dei canali tradizionali spingono la finanza nazionale ad orientarsi con decisione verso i canali più moderni del fintech e dell’innovazione di metodo e di prodotto. La sfida per restare al passo di alleati e concorrenti, in ogni caso, sarà a dir poco ardua.

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